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Progetti di ricerca

Il Laboratorio di Oreficeria è da sempre impegnato nella ricerca di nuove tecniche di intervento, nella sperimentazione di nuovi materiali e nell’applicazione di nuove tecniche analitiche, sempre in collaborazione con il Laboratorio Scientifico dell’Istituto. Nel corso degli ultimi anni, due sono stati i macro-settori nei quali il nostro interesse si è andato focalizzando: il primo è il fenomeno dell’annerimento delle superfici argentee, sia con lo studio di nuovi sistemi di pulitura sia con la sperimentazione di vari protettivi con cui isolarle dall’atmosfera; il secondo è lo studio degli smalti, traslucidi e opachi, sia in termini di composizione, con la creazione di un database sempre più implementato, sia in termini di degrado, determinato dall’interazione di fattori ambientali e caratteristiche intrinseche, riconducibili alle modalità stesse di creazione della massa vetrosa (con particolare interesse al processo di lisciviazione di alcuni colori nel primo periodo di produzione dello smalto dipinto limosino, ante 1530 ca: il fondente alcalino sodico-potassico, impiegato per abbassare la temperatura di fusione della massa vetrosa durante il processo di creazione, si separa dallo smalto per effetto dell’umidità atmosferica, formando un liquido basico, ben visibile sulla superficie, che diventa causa di ulteriore degrado della materia – fig. 1).

La solfurazione dell’argento (fig. 2) è uno dei principali processi di alterazione delle opere costituite da questo metallo. Il fenomeno è dovuto all’interazione della superficie metallica con composti solforati (acido solfidrico, solfuro di carbonile) che, seppur presenti in atmosfera in bassissime concentrazioni (nell’ordine dei ppb), sono in grado di annerire la superficie di questo metallo in tempi relativamente brevi (mesi o pochi anni) nel caso non vengano messi in atto meccanismi di abbattimento della loro concentrazione o di protezione della superficie stessa. La stesura di un film barriera sulla superficie è il metodo più diffuso per la protezione dei manufatti in argento poiché metodi di intervento sul microambiente richiedono una costante manutenzione degli impianti. I coating protettivi più comunemente impiegati sono polimeri acrilici (Paraloid B72 e B44) e nitrocellulosici ed il loro spessore è riconosciuto come un fattore chiave per la capacità protettiva. La misura dello spessore del coating fornisce pertanto informazioni importanti per valutare un trattamento protettivo e monitorarlo nel tempo. Fra le diverse tecniche disponibili, sono state valutate le potenzialità della fluorescenza di raggi X per la misura dello spessore dei coating organici, una tecnica non invasiva che non era stata mai impiegata per questo tipo di applicazioni nel settore dei beni culturali. A questo scopo, sono state eseguite, dal Laboratorio Scientifico in collaborazione con l’Istituto di Tecnologie Applicate ai Beni Culturali – CNR, alcune analisi puntuali su provini trattati con varie tipologie di protettivi e modalità applicative diverse (fig. 3). I risultati hanno dimostrato le potenzialità della tecnica nella misura dello spessore in un intervallo da 2 al 100 micrometri. Inoltre, nell’ambito di una recente collaborazione tra il Laboratorio Scientifico ed il J. Paul Getty Museum, è stata valutata la possibilità di mappare lo spessore di un coating protettivo utilizzando uno scanner a fluorescenza X, i cui risultati sono ancora in corso di elaborazione.

Sempre in riferimento alle tematiche relative alle opere in argento, l’attività del Laboratorio di Oreficeria, in stretta collaborazione con il Laboratorio Scientifico, si è poi concentrata sullo studio di tecniche innovative per la pulitura della solfurazione di superfici in lega d’argento, anche dorate. In relazione a questo aspetto, con l’occasione di una tesi di diploma SAFS sul restauro del Reliquiario di Santa Vittoria di Agrigento (Nicola Ricotta, Il restauro del reliquiario di santa Vittoria dal Museo Diocesano di Agrigento. Studio e applicazione della pulitura elettrolitica delle superfici in argento e argento dorato. A.A. 2017-2018), è stato possibile sperimentare una tecnica basata sulla pulitura elettrolitica localizzata. Essa utilizza uno strumento, denominato The Pleco©, sviluppato da Christian Degrigny, presso la Haute École Arc di Neuchâtel, in Svizzera. Con questo apparecchio è possibile effettuare sia uno studio preliminare, individuando le specie chimiche presenti sulla superficie alterata, sia procedere alla pulitura controllata con parametri di lavoro ottimizzati per la specifica situazione (figg. 4-5).

Per quanto riguarda, invece, lo studio degli smalti su metallo, l’attività viene portata avanti su diversi fronti, tra cui si segnala una importante collaborazione con Marco Verità della IUAV di Venezia e con Piero Marchi e Chiara Cappuccini dell’Archivio di Stato di Firenze, in merito allo studio di un manoscritto quattrocentesco, di proprietà dell’Archivio stesso, contenente ricette sulla produzione di smalti. L’interpretazione di tali ricette viene incrociata con la composizione della matrice vetrosa di smalti coevi, ottenuta mediante analisi quantitativa elementale dal Laboratorio scientifico del nostro Istituto, per indagare aspetti non ancora chiari della loro storia e tecnologia di produzione. Particolare attenzione è altresì focalizzata sullo studio delle condizioni di conservazione preventiva e sulle problematiche legate alla reintegrazione di lacune, frequenti in questa tipologia di oggetti. Quest’ultimo importante e finora non sistematicamente esplorato tema sarà oggetto di una tesi di diploma SAFS per l’anno Accademico 2020-2021.