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Il Museo annesso all'Opificio delle Pietre Dure nacque come diretta filiazione della manifattura artistica specializzata nei mosaici e nella lavorazione delle pietre dure, fondata nel 1588 dal Granduca Ferdinando I de' Medici. La fisionomia del Museo non si è formata sul progetto di un collezionista o di un conservatore ma piuttosto come riflesso della vita e delle vicende della secolare, vastissima e prestigiosa attività di tali laboratori.

Il Museo nacque nel 1882, a seguito della dichiarazione di intangibilità della collezione storica della manifattura, la cui attività produttiva era ormai in declino a causa della scomparsa della corte granducale che per secoli ne era stata mecenate esclusiva; le collezioni raccolsero ciò che era rimasto nel laboratorio perché privo di destinazione o perchè era tornato ivi per il mutamento di gusto della committenza oppure del programma decorativo dell'ambiente per cui era stato realizzato. Con la nascita del Museo furono visitabili a pagamento le sale di ostensione della manifattura, ove un tempo venivano esposti i nuovi lavori messi in mostra per la vendita al pubblico assieme alle opere storiche.

Fra i più valenti e capaci direttori dell'Opificio vi fu il pittore Edoardo Marchionni che, tra il 1876 e il 1923, si adoperò per arricchire l'esposizione "rovistando - come scrive - nei magazzini e facendo restaurare ed esporre ciò che meglio si prestava ad aumentare la collezione degli oggetti antichi". Nel 1891 venne edito a sua cura il primo catalogo dell'Opificio, e nel 1905 entrò in uso l'inventario degli oggetti d'arte, tuttora vigente per la catalogazione delle opere dell'Istituto.

Nel 1952 l'assetto del Museo assunse nuova fisionomia, grazie alla collaborazione tra il direttore Lando Bartoli, e Edward A. Maser, autore del catalogo stampato nell'occasione; il nuovo ordinamento includeva nell'esposizione alcuni pezzi ottocenteschi realizzati al tempo del Marchionni e i modelli pittorici utilizzati per i mosaici di pietre dure; si esposero inoltre alcune opere provenienti da altre raccolte cittadine, a titolo di deposito, come, ad esempio, la grande tavola ottagona della Tribuna degli Uffizi, in seguito ritornata in sede.

Successivi e più circoscritti interventi sul Museo si devono ai direttori Ferdinando Rossi, che negli anni '60 incluse nel percorso espositivo esempi di produzione contemporanea, e a Umberto Baldini, che nel 1976, assieme alla vicedirettrice Annapaula Pampaloni Martelli, curò il restauro e l'esposizione dei banchi e degli utensili per la lavorazione delle pietre dure tratti dai depositi.

Nonostante l'ampliamento del percorso espositivo e le modifiche sopravvenute, l'ordinamento del Museo era rimasto sostanzialmente quello degli anni '50, ispirato a criteri, sia pure piacevoli, di arredo degli ambienti, ma con una distribuzione casuale delle opere del tutto aliena da finalità storico-didascaliche.

Il 1995 rappresenta un anno importante per il Museo dell'Opificio, per la ristrutturazione su progetto di Adolfo Natalini. Il riordino della raccolta, curato da Annamaria Giusti, è stato improntato in base a criteri cronologico-tematici: nelle sale al piano terra è raccontata la storia dell'Opificio, dalle committenze medicee sino al periodo postunitario, attraverso l'esposizione di opere capaci di evidenziare le caratteristiche di un'arte strettamente legata al gusto dei governanti e dell'alta società.

Il piano rialzato del salone ospita, invece, la sezione dedicata alle tecniche di lavorazione delle pietre dure; all'esemplificazione didattica di alcune fasi di produzione di tarsie e di intagli si affiancano, in questo ambiente, banchi da lavoro, utensili e un ricco campionario lapideo grazie ai quali il visitatore può ripercorrere visivamente il percorso artistico dell'opera, dal modello ideativo al manufatto finito, scoprendo i segreti di quest'arte affascinante ma, solitamente, di non facile comprensione per i non addetti ai lavori.