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Giorgio Vasari, Ultima Cena (Firenze, Museo di Santa Croce)

La grande “Ultima Cena” di Giorgio Vasari fu commissionata per il Convento delle Murate a Firenze e poi, in seguito alle soppressioni degli ordini religiosi in epoca napoleonica, trasportata a Santa Croce.

All’epoca dell’alluvione del 1966 il grande dipinto (ca. 262x580 circa), era esposto nel Museo dell’Opera di Santa Croce, dove fu gravemente danneggiato dalle acque: la tavola rimase a lungo immersa nell’acqua e nel fango fino al naturale defluire delle acque.

Il colore fu immediatamente protetto da una velinatura a Paraloid B72 per evitare cadute di colore, funzione perfettamente espletata, ma che ebbe l’effetto di fissare sulla superficie anche lo sporco depositato. Nonostante che l’asciugatura fosse stata compiuta con molta gradualità nel deposito climatizzato della Limonaia di Palazzo Pitti, l’azione combinata delle deformazioni del supporto ligneo in pioppo e il forte degrado degli strati della preparazione causarono una pericolosissima perdita di coesione di quest’ultima con il conseguente cedimento della adesione fra le tre parti costituenti: supporto - preparazione – colore.

La pellicola pittorica si è così progressivamente staccata ed alzata formando dei sollevamenti a cresta, connessi con l’andamento anatomico delle fibre del legno.

In generale, il gravissimo stato di conservazione provocato dall’alluvione sui dipinti su tavola non aveva altra soluzione in passato che quella estrema del così detto trasporto del colore che consiste nella separazione della pellicola pittorica dal supporto.

In passato questo poteva avvenire tramite la protezione del colore e la demolizione dal tergo di tutti gli altri strati, per poi procedere alla costruzione di una nuova preparazione e di un nuovo supporto su cui far riaderire il colore risananato e reso planare. L’enorme difficoltà di applicare una tale difficilissima e rischiosissima tecnica ad un’opera di dimensioni tali quale l’ “Ultima Cena” di Vasari fece sì che il dipinto, messo provvisoriamente in sicurezza in un deposito della Soprintendenza di Firenze, rimanesse a lungo senza alcun intervento di restauro. Fatto che ha, d’altra parte, portato ad un aggravamento delle sue condizioni conservative, essendo rimasto il dipinto per quaranta anni pressoché abbandonato a se stesso.


Dal 2005 inizia il coinvolgimento dell’Opificio delle Pietre Dure nello studio della risoluzione del problema del restauro dell’Ultima Cena, difficilmente affrontabile con forze e competenze minori di quelle dell’Istituto. In quella data l’opera fu trasportata presso i Laboratori della Fortezza da Basso

La prima fase del restauro, inteso nella sua globalità, come fase diagnostica, conoscitiva e progettuale, conclusasi nel dicembre del 2006, ha quindi riguardato le indagini, le ricerche, le prove sperimentali e i test necessari proprio per la definizione del progetto stesso

La serie di indagini già effettuate comprende:

  • documentazione fotografica b/n, colore e digitale ad alta risoluzione del davanti e del retro di ciascun pezzo a luce normale e luce radente;
  • ripresa in Radiografia X tramite preassemblaggio di pellicole a misura con la tecnica dell’esposizione unica;
  • test di solubilità delle resine usate nel 1966;
  • misurazione degli attuali livelli di UR del legno;
  • ripresa 3D dell’insieme di ciascun pezzo per giungere ad una esatta misurazione dell’andamento tridimensionale della superficie sia del colore che del supporto, in moda da compararne i diversi andamenti attuali;
  • test di rimozione del fango e dello sporco di deposito superficiale;
  • test sul preconsolidamento della superficie pittorica;
  • test sulla rimozione della velinatura del 1966 

Il progetto messo a punto dall’O.P.D. ha dimostrato la sua possibilità concreta di essere attuato. Per il suo carattere innovativo per quanto concerne l’intervento strutturale di risanamento e quello sul supporto ligneo, tale restauro è stato scelto dalla The Getty Foundation come caso esemplare all’interno del progetto “Panel painting Initiative”. Dopo questa fase è rimasto il problema della pulitura, stuccatura e reintegrazione pittorica delle lacune, iniziata in passato grazie ad una collaborazione con Prada tramite il FAI.

La fase operativa che è attualmente in corso è quella della reintegrazione delle lacune, per la quale si apre la presente ricerca di sostegno


Dal restauro alla ricollocazione

Dopo le difficili fasi operative del consolidamento e successivamente del recupero dell’opera da un punto di vista estetico, che costituiranno il nucleo più complesso dell’intera operazione, si può fin d’ora prevedere la necessità di ulteriori operazioni volte alla conservazione preventiva futura dell’opera:

  • realizzazione di un sistema innovativo di sostegno dal tergo e di controllo delle deformazioni;
  • realizzazioni sul tergo di una parziale scatola di stabilizzazione climatica per prevenire eccessivi movimenti del legno e permettere una migliore conservazione degli strati pittorici;
  • realizzazione di una nuova cornice, essendo andata perduta quella precedente, connessa con il sistema di stabilizzazione ambientale sopra indicato;
  • studio dei valori microclimatici ambientali del luogo di ricollocazione, per verificarne l’adeguatezza ad ospitare la tavola, oppure realizzare i necessari interventi di controllo del microclima (soprattutto temperatura ed umidità relativa).


Presentazione del progetto

Poiché il ruolo dell’Opificio non è solo quello di compiere gli interventi di restauro richiesti, ma anche quello di svolgere la necessaria attività di ricerca in questo settore, i risultati del progetto saranno pubblicati nella collana monografica dell’Istituto, così da metterli a disposizione del mondo del restauro e per contribuire al dibattito scientifico in questo campo. E’ inoltre ovvio che il ritorno di un’opera di questa importanza, al centro di un così impegnativo progetto, dovrà essere al centro di una manifestazione che dia conto del lavoro svolto, permetta l’opportuna visibilità a quanti abbiano contribuito e informi il pubblico dell’importante recupero compiuto.


Direzione dei lavori:
Marco Ciatti e Cecilia Frosinini.

Progettazione dell’intervento e coordinamento restauro
Roberto Bellucci per la parte pittorica,
Mauro Parri e Ciro Castelli per la parte lignea.


La fase di studio delle condizioni conservative è stata all’inizio collegata alla tesi di due allieve della Scuola di Alta Formazione dell’Opificio, Antonella Casaccia e Ilaria Corsini.

Per il restauro dell’opera è stata stanziata una generosa donazione da parte delle Protezione Civile.

DipMob_Scroce_intero-prima-dell'alluvione

DipMob_Scroce_intero-prima-dell'alluvioneDipMob_Scroce_chiostro di Santa Croce_alluvioneDipMob_Scroce_al defluire delle acqueDipMob_Scroce_intero dopo l'alluvioneDipMob_Scroce_operazioni emergenza dopo alluvione