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Il restauro della Croce astile di Nicola di Amico di Cicco dal Tesoro del duomo di Veroli

Tra le molte importanti opere di oreficeria custodite nel Tesoro del duomo di Sant’Andrea Apostolo di Veroli (FR), si distingue una bella croce astile (ovvero, munita di un raccordo per l’inserimento di un’asta in legno), firmata e datata da Nicola di Amico di Cicco di Sulmona, anno 1454.

Dell’autore non sappiamo molto: Nicola era figlio di Amico e nipote di Cicco, membri di una stimata famiglia di orafi di Sulmona. La croce era in origine collocata in Santa Maria de’ Franconi, piccola chiesa romanica di Veroli, e fu trasferita in duomo nel 1910 per motivi di sicurezza. È molto probabile che Nicola abbia realizzato in loco la sua opera, l’unica da lui firmata di cui si abbia conoscenza.

L’opera si compone di due parti principali: la croce vera e propria (57x38x3 cm), realizzata in lamina d’argento sbalzata e cesellata e dorata ad amalgama di mercurio, montata su un supporto ligneo in noce tramite chiodi; il «nodo» sottostante, in lamina di rame sbalzata e cesellata e dorata ad amalgama di mercurio. Il nodo fa da punto di raccordo con un tubo in ottone patinato, non originale, che consente l’innesto dell’asta per l’elevazione della croce.

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Croce astile di Nicola di Amico di Cicco dal Tesoro del duomo di Veroli, uno degli smalti champlevé del nodo

In origine, sia la croce che il nodo erano riccamente adorni di placchette metalliche smaltate, purtroppo gravemente danneggiate nel corso del tempo. Sulla croce si conservano solo pochi frammenti di smalto traslucido su argento, mentre sul nodo sono ancora presenti sei placchette in rame smaltato in blu e rosso con la tecnica champlevé, molto più resistente alle sollecitazioni meccaniche degli smalti traslucidi (basse taille): nello spessore della placchetta metallica di fondo, infatti, vengono scavati incavi, in cui si dispone lo smalto. Il grado di protezione è, pertanto, maggiore rispetto allo smalto traslucido, che è posto in finissimo strato direttamente sulla superficie della lamina d’argento e che risulta, pertanto, del tutto esposto agli agenti esterni.

Al momento dell’arrivo in laboratorio, lo stato di conservazione della croce era disastroso: gli elementi metallici erano largamente fratturati e lacunosi, come anche gli smalti; ossidazioni e prodotti di degrado alteravano completamente le superfici; i restauri precedenti erano stati molto pesanti e invasivi e caratterizzavano in modo irreversibile alcune parti dell’opera.

Dopo lunga riflessione, siamo giunti alla conclusione che la frantumazione della croce non poteva essere attribuita al semplice uso, seppur ripetuto, nel corso dei secoli. È molto probabile che un evento traumatico esterno e accidentale abbia travolto l’opera, rendendo inevitabili quei restauri, eseguiti con le tecniche e i mezzi allora a disposizione. Forse, un terremoto?

Possiamo distinguere due interventi principali:

  • il primo, forse di fine ‘800, i cui segni si notano soprattutto nel nodo in rame, gravemente danneggiato, con largo uso della saldatura a fuoco e a stagno;
  • Il secondo, avvenuto nel1961, inoccasione di una mostra, che ha invece fatto enorme uso di adesivi e resine sintetiche, pece e impasti gessosi, impiegati per fissare ogni singolo elemento metallico originale a una nuova lamina argentea di supporto e queste ultime alla struttura lignea, secondo il principio allora in voga del «consolidamento forte».

Tramite infiltrazioni di solventi, è stato possibile allentare la presa dei vecchi adesivi, procedendo al progressivo distacco degli elementi metallici dal supporto ligneo. Una rigorosa mappatura fotografica e cartacea ha consentito di procedere in condizioni di sicurezza allo smontaggio integrale dell’opera, anche guidati dall’analisi radiografica nell’individuazione dei punti critici.

Anche la struttura lignea, una volta liberata, è stata sottoposta a pulitura e consolidamento, grazie alla consulenza del settore di restauro dei supporti lignei dell’Opificio.

Il nostro intervento ha cercato di conservare quanto di «buono» c’era nei restauri precedenti, rimuovendo solo ciò che poteva costituire nuova fonte di degrado e alleggerendo il consolidamento sovradimensionato del 1961. Questo ci ha permesso non solo di riavvicinarci alla tecnica originale di assemblaggio dell’opera, ma ha, in qualche caso, portato a interessanti riscoperte.

La rimozione di una vecchia integrazione su una delle placchette di rame smaltato del nodo, ad esempio, ha consentito di recuperare una decorazione floreale originale che era stata completamente ricoperta di colore.

L’evoluzione tecnologica ha consentito il recupero dell’integrità materica degli elementi originali fratturati con mezzi che, nel 1961, non erano a disposizione. Il laboratorio di oreficeria è dotato di una saldatrice laser, con la quale è stato possibile riunire i frammenti metallici pertinenti alle varie figure, consentendo il rimontaggio finale sulla struttura lignea grazie ai soli chiodi in argento, senza più la necessità di ricorrere ad adesivi, come nel 1961.

Nel corso dell’intervento abbiamo dovuto affrontare uno spinoso problema iconografico e metodologico: sulla figura di destra, sul fronte della croce, dove tradizionalmente sta San Giovanni Evangelista, già prima del restauro del 1961 era stata posta una testa velata, evidentemente femminile, senza alcuna considerazione della verosimiglianza della rappresentazione e senza alcun rispetto delle linee di frattura, che invece indicano, senza alcun dubbio, che la testa era quella di Maria, sul braccio opposto…

Possibile che l’autore del montaggio della testa non se ne sia accorto? Certamente no, si tratta di una scelta deliberata e facilmente spiegabile. Data la diversa estensione delle lacune sul petto delle due figure, era semplicemente più facile sistemare la testa sull’altra figura: gran parte del busto di Maria, infatti, è assente ed era più difficile creare un supporto per sostenere la testa; questa, al contrario, si adattava piuttosto bene sulle spalle dell’Evangelista e qui è stata messa.

Ancora una volta, è la moderna tecnologia che ci viene in soccorso. Grazie alla scansione e modellazione digitale 3D, è stato possibile ricreare, prima virtualmente, la porzione mancante sul busto di Maria, procedendo, in seguito, alla stampa 3D in resina fusibile. Il modello così creato è stato, quindi, portato da un micro-fonditore, che lo ha trasformato in un positivo in argento. Si è scelto di non procedere alla doratura dell’elemento, per renderlo facilmente riconoscibile come integrazione. Alcune linguette in argento, poste sul retro, consentono il fissaggio con resina della testa sull’integrazione e di questa sul corpo di Maria. Il tutto facilmente smontabile, qualora necessario, in futuro.

A conclusione delle operazioni di pulitura, consolidamento, integrazione e protezione con idonea vernice, gli elementi sono stati rimontati sulla struttura lignea col solo uso di chiodi in argento, senza più ricorrere ad adesivi.

La figura di Maria ha finalmente riacquisito la sua giusta completezza, con la ricollocazione della testa, prima ingiustamente posta sulle spalle dell’Evangelista.