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Il restauro del Portafuoco del Sabato Santo dalla Chiesa dei Santi Apostoli di Firenze

Il Portafuoco è intimamente legato alla storia civile e religiosa della città di Firenze. La tradizione vuole che Pazzino de Pazzi partecipasse, nel 1306, alla prima Crociata e che riportasse in città tre schegge delle Pietre del Santo Sepolcro. Queste erano custodite nella chiesa di Santa Maria Sopraporta dedicata poi, nel XV secolo, a San Biagio, chiesa sotto la giurisdizione della Parte Guelfa.

Con la soppressione della chiesa nel 1785 il titolo e gli arredi passarono alla chiesa dei Santi Apostoli. Le tre pietre venivano esposte alla venerazione pubblica la mattina del Sabato Santo e dal loro sfregamento si sprigionavano scintille che facevano ardere il fuoco sacro che serviva per accendere il cero pasquale. Dalla fine del Trecento i Pazzi prendevano dalla chiesa di Santa Maria il cero acceso e i carboni ardenti per portarli su di un carro da parata in cattedrale accendendo durante il percorso i ceri dei cittadini che aspettavano il corteo sulle porte delle loro case.

Ancora oggi il «sacro fuoco» viene portato in Battistero, accompagnato in processione dai «tutori» dello stesso e del Portafuoco, insieme al Vescovo di Firenze, e accenderà prima il Cero Pasquale e poi la colombina in occasione dello scoppio del carro.

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La tecnica esecutiva

L’opera è composta dal braciere, un grosso nodo baccellato in rame dorato, provvisto di sportellino, al cui interno si inserivano i carboni ardenti. Da questo dipartono due bracci, formati da rami ritorti con foglie di acanto terminanti in due riccioli che si riuniscono in alto per sorreggere la colombina dopo aver incluso lo stemma di Parte Guelfa, l’aquila che afferra con gli artigli un drago. Gli storici hanno sempre ritenuto che il corpo principale fosse in ferro smaltato con i colori verde e rosso della parte Guelfa e che in seguito alla perdita dello smalto, l’insieme venisse riargentato. In realtà l’opera è interamente prodotta con rame dorato e argentato e dal restauro non risulta una originaria presenza di smalti.

L’opera è il risultato di un assemblaggio di due parti di epoche diverse. La colombina con le ali spiegate che racchiude nel becco la riproduzione di una delle tre pietre è ascrivibile al XIII secolo e la si trova citata per la prima volta in un inventario del 1378 della chiesa di Santa Maria Sopraporta. L’altra parte dell’opera è invece databile nell’ultimo quarto del XV secolo.

La criticità maggiore era l’instabilità strutturale, generata da un insieme di cause sommatesi durante l’uso liturgico dell’opera. La più recente, avvenuta nell’aprile del 2012, ha procurato una parziale rifusione di una vecchia riparazione con brasatura dolce in lega di stagno, eseguita nella zona di connessione tra il braccio laterale sinistro e la parte superiore del braciere.

L’altro importante problema riguardava la consistente perdita cromatica della doratura, appartenente al nodo baccellato, attraverso il deposito di particelle carboniose derivanti dalla combustione, indotta anche dal forte riscaldamento del metallo. Meno preoccupante, ma assai appariscente, era l’alterazione delle parti argentee, offuscate da una patina disomogenea, di natura sulfurea, intensificata localmente in aree molto annerite, specialmente in prossimità delle aperture traforate del braciere.

Lo smontaggio

La prima indispensabile operazione è stata lo smontaggio del Portafuoco, separando gli elementi attraverso il reversibile sistema di svitamento tra le parti principali, procedendo dall’alto verso il basso. Lo smontaggio ha lo scopo di facilitare le operazioni di consolidamento e pulitura indispensabili per la migliore conservazione dell’opera durante il suo restauro.

La pulitura

Dopo lo smontaggio, le parti distaccate sono state sottoposte a pulitura, rimuovendo, con le applicazioni di agenti basici e chelanti, supportati da gel Agaragar®, la patina solfurea e gli annerimenti derivanti dal deposito di particelle di origine carboniosa. L’intervento di pulitura del nodo baccellato, la cui doratura si era notevolmente assottigliata, è stato particolarmente delicato, ed eseguito al microscopio, per mezzo laser. A questo scopo è stato utilizzato il laser «EOS VARIO». Le immagini descrivono la fase preliminare delle prove di pulitura.

Consolidamenti e integrazioni

La complessità delle vicende storiche, che legano l’opera alla città di Firenze, si riflette anche nella peculiare condizione conservativa. Tra le cause di degrado che si sono sovrapposte durante l’uso dell’opera, le riparazioni precedenti sono molteplici e riconducibili a più di un intervento nel corso della sua esistenza. Alcune di queste, ormai non più efficaci, sono state rimosse meccanicamente.

Altre tipologie di integrazioni, non più rimovibili a causa della loro estrema invasività, sono state invece consolidate con l’apporto di resina epossidica modellabile. Le tracce degli interventi rimossi sono state coperte da un’integrazione a pennello, con acquarelli, oro e argento a conchiglia. L’intervento si è concluso con la stesura delle tradizionali vernici protettive, che garantiranno nel tempo una corretta conservazione.

La presentazione ripropone i testi e le immagini utilizzati in occasione dell’inaugurazione della mostra “Il portafuoco del Sabato Santo dalla Chiesa dei Santi Apostoli di Firenze. Il restauro”, tenutasi presso il Museo dell’Opificio delle Pietre Dure dal 29 giugno al 30 settembre 2015.